![]() |
{Storia della città}{Arte e cultura}{Tempo libero}{Associazioni} |
|
VILLA CELIERA, come
tanti altri piccoli comuni dItalia, è sorta in epoca medioevale, dopo la caduta
dellImpero Romano dOccidente (476 d.c.), evento preceduto, determinato in
buona parte, e seguito da numerose invasioni barbariche : fra queste, particolarmente
lunga e storicamente importante la longobardica, per le trasformazioni sociali cui dette
luogo e per lassetto politico che realizzò con i ducati. |
![]()
|
Furono circa 500 i monaci Cistercensi, fondati da S. Bernardo,
appartenenti allOrdine benedettino, di stretta osservanza, cioè dediti ad una
rigida vita monastica. Avevano per emblema un AGNELLO CON CROCE, scolpiti su pietra con
figure a rilievo. Monaci, i Cistercensi, dediti alla preghiera, allo studio, al lavoro e
alle belle arti. I loro possedimenti si estendevano dalla montagna di VILLA CELIERA sino a
Lucera di Puglia, alle isole Tremiti e, per quello che più ci riguarda, comprendevano
anche i territori di Cordano, di S. Benedetto e Camposacro, tra Civitella e Pianella, e
quelli di Vestea, Carpineto e Brittoli. Si può affermare che i Benedettini di Casanova
costituirono una centrale operativa che dava lavoro a molta gente e teneva unita intorno a
sé varie comunità. Essi, divenuti maestri nellagricoltura e nella conduzione degli
allevamenti, seppero, da par loro, mettere a frutto le risorse naturali presenti nelle
loro terre, avvalendosi appunto dellopera dei laici . LAbate di Vestea, nella sua opera PENNE SACRA, ci informa che Santa Maria Casanova si mantenne per oltre sette secoli una delle più famose e ricche abbazie dellAbruzzo. Limportante cenobio di Casanova fu investito anche di speciali incarichi da Carlo dAngiò, il quale, a ricordo della grande vittoria conseguita a Tagliacozzo su Corradino di Svevia, fece erigere una chiesa con annesso monastero. Della fondazione, intitolata a Santa Maria della Vittoria, furono incaricati i Cistercensi di Casanova. Fu una comunità che senza dubbio godette di meritata risonanza e di grande prestigio: da essa provennero alla chiesa due vescovi, entrambi assegnati alla sede pastorale di Penne, rispettivamente Gualtiero nel 1200 e Giacomo nel 1251. Per lunghi secoli il monastero si rese famoso per la presenza di monaci illustri e di eminenti studiosi che, con la loro opera, salvarono lantica cultura e crearono cultura nuova, lasciando interessanti manoscritti di storia e copie di scrittori classici greci e latini in caratteri longobardi. Basti ricordare per tutti labate Erimondo, che produsse lavori di tecnologia e su argomenti sacro-religiosi molto importanti, e tali che il grande cardinale Federico Borromeo, in visita ai Cistercensi di Casanova, volle portarseli con sé, lasciando, in segno di tangibile ricordo e riconoscimento, i suoi paramenti prelatizi. Questi, insieme con gli altri arredi e con le opere darte furono asportati nel 1807 dai Civitellesi, nella cui chiesa si possono ammirare, oltre al coro in noce e allorgano, la Madonna Assunta, bellissima statuetta su base di pietra, in stile corinzio, vero cimelio di autentico valore storico e artistico. I segni della nostra storia e della nostra cultura sono sicuri e documentati: è certo che buona parte della biblioteca del convento si trova nella celebre biblioteca Ambrosiana di Milano, fondata da S. Carlo Borromeo, del quale Casanova fu commenda. Dopo il saccheggio del 1807 il convento, con il beneplacito dei Borboni, fu affidato ai Carmelitani, che però furono molto presto richiamati a Penne. Dopo di che, dice lo scrittore vesteiese Massimo Di Zio, << la spoliazione del convento fu continuata da cima a fondo >>, fino, secondo lo storico Straforelli, ad asportare e divellere tetti e pavimenti. E la distruzione fu completa. (Quod non fecerunt barbari quello che non fecero i barbari ). Oggi, a distanza di tanti secoli, dellantico splendore di unopera così eccellente quale era la Badia di Casanova e annesso convento non rimane che un cumulo di ruderi completamente abbandonati. A sanare, quasi, lincuria degli uomini, ha provveduto, però, la natura stessa, che con espressione pietosa ha ricoperto quei ruderi di erbe e fiori, quale omaggio spontaneo a tanta grandezza tramontata.
|
|